Intanto, questa recensione:
scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/2006/10/isaia_greco_di_.html:
E poi: ieri sera Giulio Mozzi ha parlato di Isaia Greco alla Feltrinelli di Padova. Io, Giovanna Vignato, ho parlato dei tempi dell'Holden Forum, e di quello che ha significato per Misery e altri stare in rete con Asino.
Siccome temevo di fare casino parlando, ho scritto un intervento, per leggerlo.
Poi invece non l'ho letto, ho parlato a braccio e ho fatto il casino che temevo. Così la cosa mi è rimasta scritta, e la metto qui sotto.
Io sono qui per parlare con voi di Gino Tasca, un amico che ho conosciuto in un modo particolare. Per tanti anni infatti io ho parlato con Gino, gli ho scritto lettere, ne ho ricevute, ho letto ogni giorno almeno due righe sue, ho discusso le sue opinioni; ho scherzato con lui, ho spesso riso delle sue battute; assieme a lui mi sono dispiaciuta, disillusa e ricreduta su persone e fatti: molte volte. Tutto questo è successo quotidianamente per più di tre anni, tre lunghissimi anni. Ma durante questi anni, se l’avessi incontrato, non avrei potuto in alcun modo riconoscere la sua persona. Gino abitava a Padova, come me, e come me frequentava da tempo immemorabile la Feltrinelli, e certo la frequentava anche tra il 2001 e il 2005, cioè negli anni in cui quotidianamente leggevo le sue parole, senza sapere niente del suo viso o dei suoi gesti. Ma se allora l’avessi incontrato qui, magari mentre lui parlava con Giulio - perché io sapevo anche che Gino conosceva Giulio e lo incontrava casualmente alla Feltrinelli - be’, io Gino non avrei potuto riconoscerlo.
Avrete insomma capito che io ho conosciuto Gino in rete, o nel web o in internet, come si preferisce. Anzi, Misery (che sarei io) ha conosciuto Asino (o Artaud, o Loyola, o Ratto Franziskus, o Mr Magoo), che sarebbe Gino Tasca, in rete: precisamente nell’Holden Forum, cioè il sito della scuola di scrittura Holden gestita dallo scrittore Alessandro Baricco. Il sito della scuola, oggi, ha un aspetto efficiente, bene organizzato, ricco. Molto invitante. Nella pagina principale si offrono corsi di scrittura, master, seminari di ogni genere, corsi di sceneggiatura e di fotografia a pagamento. Se guardate in alto, a fianco della pubblicità della T-shirt della scuola Holden, proprio sopra alla pubblicità dell’ «Holden-clan», vedete una piccola etichetta dice: forum.
E se entrate oggi nel forum elettronico della scuola holden, vedrete che ospita 12088 iscritti, 2988 ‘stanze di discussione’ e 58740 messaggi. Non me ne intendo, ma potrebbe essere uno dei più grossi forum ancora esistenti in rete, un mastodonte dell’epoca precedente a quella dei blog. Un forum, sapete ancora come funziona, no? Uno arriva, si iscrive con un soprannome o nickname, guarda l’elenco degli argomenti (o discussioni, o ‘stanze’), accede, legge quello che altri hanno scritto e, se crede, lascia giù la propria opinione. La vivacità del forum si nota dalla quantità di messaggi che vengono lasciati, dalla prontezza delle reazioni, dalla qualità delle battute.
Se oggi andate nel forum della holden, vedrete che, a dispetto dei dodicimila iscritti, nessuno scrive più nulla. Un po’, è vero, è perché adesso ci sono i blog e i bloggers, tutta un’altra faccenda. Ma la verità è che questo forum è stato abbandonato da coloro – Asino, cioè Gino Tasca, fra questi – che l’avevano di fatto costruito e abitato, abitato ogni giorno. Ogni giorno si entrava, si appendeva il cappello al chiodo, ci si salutava, si scriveva qualcosa.
Noi ci chiamavamo (in ordine sparso) sullastrada, biandbo, billy, vernon, denait, palmadoro, onderan, tashtego, melo, celadone, DarioFulci, pattypiperita, virgola, Apostrophe, asino, loyola, ratto franziskus, artaud, mr magoo, boycotto, nerofumo, panna, violet, abraxas, mitnick, genoveffo, Barney P., Frodo, Melange, mionome, azur, temistocle, Hanna Derrida, Khu, Misery, Aminta, gea, adamanto, malossen, Sacher, bridget, varig, Turboscopa, Caos, Cassandra, ziacap, Lucoli, luconico, Llu, Sicilia, GadjoDilo, hombre, sfinge, blueeyes, smilla, gon, modotti, Venere, Every, didone, antolipa, Sacher, Mr Chatwin, Hoover, paperino 1966, Gus, G., nottambula, gimon, Artemisia, libertango, Mabuse, inchiostronero, callas, lechatnoir, cot, fogliobianco, immaginaria, weil, nottambula, contorno, maudi, balthazar, baladeen, Angela, Lady, dicotomico, divina, anya, pipso, Missy, Bradamante, malaussen, Morgana, Tamar, cassandra, Myriam, Colmar, Marion, babayaga, Khu, frechet, edcalvin, varig, remedios, ambrosia, refused, io, vernon, maya, Ecate, tabularasa, matisse, Brododidado, arturobandini, gizmo, SergioC., alten, rattopen, Lidia, ines, delfino, mareblu, lilla, salviati, Approssimazione, MissOgilvy, mauins, Armonia, outofcity, dragan, contorno, julia, Des, amigdalitis, Teresa, phisis eccetera.
Ho provato a contare quanti effettivamente eravamo, ad animare quel forum negli anni tra il 2000 e il 2003 - anno in cui migrammo tutti in blocco sbattendo la porta - e credo che il nucleo stabile fosse di circa 130 nick o persone, tenendo conto beninteso delle doppie o triple o ennesime personalità.
La gran parte di questi nomi per me non ha un viso. Di questi 130, pochi potrebbero salutarsi incontrandosi per strada, ma quasi tutti sarebbero in grado di riconoscersi in rete, solo da un paio di frasi.
Nessuno di questi 130 ha mai fatto un corso di scrittura con la scuola Holden, pur connettendosi ogni giorno al sito; moltissimi scrivevano a chiare lettere, nel forum “di Baricco”, di non sopportare Baricco. Credo che sia successo così: lì c’era uno spazio aperto, ed è successo che sia stato occupato, abitato, con un’urgenza e un senso di appartenenza reciproca irripetibile.
Il forum non aveva un moderatore: questo significa che chiunque poteva prendersi la libertà di scrivere qualunque cosa senza che alcuna autorità intervenisse. Non c’era alcuna autorità superiore a quella, ambigua, sofferta, discussa, dettata nel gruppo. Da questa libertà eravamo insieme attratti e perseguitati.
Per scrivere lì dentro – aprire una stanza di discussione e metterci giù un’idea – ci voleva molto coraggio, o molta ingenuità, o tutte e due le virtù a giorni alterni. Uno provava a scrivere qualcosa, forse un racconto, o una poesia, o una prosa di qualunque genere, un parere su un libro, un film, uno spettacolo, un fatto, e il più delle volte si tirava addosso non tanto delle critiche, per quanto aspre, ma proprio lo scherno, glaciale o bruciante, di quanti (ed erano tanti, magari di passaggio nel forum) s’erano assunti il ruolo di diffamare, screditare, calunniare, irridere per principio le parole dell’altro, anche svelandone la presunzione, la retorica, la semplicità magari, ma senza alcuna pietà. Io penso che tutti ci siamo feriti, anche gravemente, in questo gioco in cui non c’era esclusione di colpi verbali, in cui venivano sempre violate le regole della decenza e spesso quelle della riservatezza. In cui per difenderci si stringevano alleanze, magari, e si immaginavano complotti.
Perché dunque restavamo lì, a torturarci? Molti per franca compulsione, bisogna dirlo. Ma credo che molti restassero lì perché ogni tanto, in qualche discussione, regnava l’ascolto, cioè una lettura risonante non solo delle parole scritte, ma anche del desiderio, autentico, che motivava l’altro a farsi vivo lì e in quel momento, a dire, a scoprirsi, a ricevere quanto a dare. E se alcuni di noi hanno avuto questa beata esperienza, non poi così rara, credo che sia perché Asino, e pochissimi altri, suoi compagni, avevano compreso e difeso, con le unghie e con i denti, questa pratica. Che poteva nascere solo dalla libertà e dall’assenza di censura.
Un esempio di quello che sto dicendo, oggi un ricordo preciso nella memoria di molti, fu l’impresa di traduzione di Asino. Per mesi e mesi, mentre tutto intorno nel forum dilagava la futilità, la chiacchiera, la risatina o la risata, Asino si prese la briga di aprire ogni settimana una stanza in cui traduceva un sonetto di Shakespeare. Cominciava con una specie di lunghissima parentesi critica (quella di cominciare con le parentesi era una prerogativa che lo rendeva riconoscibilissimo), in cui confrontava le traduzioni esistenti con le quali si sarebbe misurato; poi metteva la sua traduzione. Seguendo questa sua capacità di resistere, scrivendo, alla chiacchiera (ma senza mai dimenticare l’umorismo, contagioso, e senza mai evitare una battuta), formò una inconsueta scia di lettori e traduttori. Molti di noi si sono esercitati nelle stanze dei sonetti aperte da asino, ma non era solo un esercizio, era un modo preciso di stare in rete, qualcosa che ci ha formato, che ha aiutato ognuno a rivelare qualcosa a se stesso e agli altri. È stato qualcosa in più di un buon lavoro individuale, e di questo gli siamo ancora, in molti, riconoscenti.
Dopo questo lungo lavoro di traduzione, Asino cominciò a postare (è la traduzione webbica di ‘pubblicare’) racconti sempre più lunghi, in cui ritornava sempre su figurazioni e mondi lontani: un’America pop e rutilante, e soprattutto Bisanzio e Calcutta, Calcutta popolata di ratti che accoglieva, in un Gloria di putrefazione, l’eroe dei racconti, un personaggio che spesso si rivelava, alla fine, un uomo spinto al cospetto di quella che per Gino era, io credo, la tragedia più grande, cioè la totale conversione dell’uomo al bene.
In molti non capivamo perché Asino si ostinasse a stare a Bisanzio o a Calcutta, rinunciando a ogni gradevolezza e alla narrazione del reale, del ‘qui e adesso’, così praticata in rete. Perché non usasse nei suoi racconti quella gentilezza e quell’entusiasmo più schietti che riservava, per esempio, alle stanze dedicate alla critica e alla storia dell’arte, sua altra grande passione. Qualcuno una volta gli disse, gentilmente, che avrebbe preferito leggere di qualcosa che lui effettivamente vedeva fuori dalla finestra, che so, le biciclette sotto il portico. Ma ricevette una risposta decisa e negativa: il reale per Asino era altrove e lui sembrava indicarcelo. Così Asino rimase per noi Bisanzio, l’invito a Calcutta, i misteri di Loyola.
Il forum di cui vi sto parlando ogni tanto spariva completamente. Veniva distrutto. Centinaia di stanze, migliaia di racconti, immagini, messaggi e di parole venivano semplicemente cancellati. Un mattino ci si connetteva al sito e si trovava una sola stanza: si doveva, semplicemente, ricominciare da capo. Capitò tre o quattro volte, e non abbiamo mai capito perché. Non ci veniva spiegato: del resto nessuno di noi aveva effettivamente una relazione con la scuola di scrittura. Eravamo degli occupanti, degli squatter molto consapevoli della nostra presenza, ci pareva di avere un diritto di usucapione telematica, e non potevamo certo pensare di essere sgraditi a chicchessia. Soffrivamo, protestavamo a gran voce, imploravamo una spiegazione, ma non ne abbiamo mai avuta una. Il forum che trovate nel sito della Holden, oggi, quello colorato ed efficientissimo e muto, è una resurrezione trasfigurata di quello che abbiamo frequentato noi, e che fu ultimativamente distrutto – nessuno di noi seppe mai perché – nell’estate del 2003.
Cominciò allora una lunga peregrinazione, di forum in forum - liotro, paparagno, vaporsky… Molti lasciavano più o meno definitivamente il web, come chi infine ammette la propria compulsione e se ne stacca, altri invece aprivano un sito individuale, un blog, in cui è possibile governare l’interazione con l’esterno molto meglio che in un forum. Come blogger, molti si sono successivamente evoluti, hanno continuato a ‘stare in rete’, come mi pare che si dica, in modi sempre diversi. È nata addirittura, da una blogger che aveva animato holden, una casa editrice su carta, la Untitl.ed.
Anche Gino - perché Asino aveva ceduto il passo a Gino, anzi, GinoTasca nome e cognome, come chi si prende completa responsabilità delle proprie parole e della propria identità - anche Gino, dicevo, aprì un blog, Lord Chandos, Compagnia di scrittura, in cui fece rifluire la gran parte del suo lavoro degli ultimi tre anni. Spero che Giulio ve ne parli stasera, introducendo il libro.
Io vorrei solo aggiungere una cosa per presentare il libro di Gino. Ho letto di recente una frase dello scrittore Paul Auster che parlando del proprio lavoro dice: “Ho trascorso la mia vita in conversazioni con persone che non ho mai visto, con persone che non vedrò mai, e spero di continuare fino al giorno in cui smetterò di respirare. È il solo lavoro che ho sempre desiderato”. Io credo che questo sia stato anche il lavoro di Gino, e sono fiera di avere fatto parte, per lui, all’insieme delle persone che non ha mai visto e con le quali, tuttavia, conversava.
scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/2006/10/isaia_greco_di_.html:
E poi: ieri sera Giulio Mozzi ha parlato di Isaia Greco alla Feltrinelli di Padova. Io, Giovanna Vignato, ho parlato dei tempi dell'Holden Forum, e di quello che ha significato per Misery e altri stare in rete con Asino.
Siccome temevo di fare casino parlando, ho scritto un intervento, per leggerlo.
Poi invece non l'ho letto, ho parlato a braccio e ho fatto il casino che temevo. Così la cosa mi è rimasta scritta, e la metto qui sotto.
Io sono qui per parlare con voi di Gino Tasca, un amico che ho conosciuto in un modo particolare. Per tanti anni infatti io ho parlato con Gino, gli ho scritto lettere, ne ho ricevute, ho letto ogni giorno almeno due righe sue, ho discusso le sue opinioni; ho scherzato con lui, ho spesso riso delle sue battute; assieme a lui mi sono dispiaciuta, disillusa e ricreduta su persone e fatti: molte volte. Tutto questo è successo quotidianamente per più di tre anni, tre lunghissimi anni. Ma durante questi anni, se l’avessi incontrato, non avrei potuto in alcun modo riconoscere la sua persona. Gino abitava a Padova, come me, e come me frequentava da tempo immemorabile la Feltrinelli, e certo la frequentava anche tra il 2001 e il 2005, cioè negli anni in cui quotidianamente leggevo le sue parole, senza sapere niente del suo viso o dei suoi gesti. Ma se allora l’avessi incontrato qui, magari mentre lui parlava con Giulio - perché io sapevo anche che Gino conosceva Giulio e lo incontrava casualmente alla Feltrinelli - be’, io Gino non avrei potuto riconoscerlo.
Avrete insomma capito che io ho conosciuto Gino in rete, o nel web o in internet, come si preferisce. Anzi, Misery (che sarei io) ha conosciuto Asino (o Artaud, o Loyola, o Ratto Franziskus, o Mr Magoo), che sarebbe Gino Tasca, in rete: precisamente nell’Holden Forum, cioè il sito della scuola di scrittura Holden gestita dallo scrittore Alessandro Baricco. Il sito della scuola, oggi, ha un aspetto efficiente, bene organizzato, ricco. Molto invitante. Nella pagina principale si offrono corsi di scrittura, master, seminari di ogni genere, corsi di sceneggiatura e di fotografia a pagamento. Se guardate in alto, a fianco della pubblicità della T-shirt della scuola Holden, proprio sopra alla pubblicità dell’ «Holden-clan», vedete una piccola etichetta dice: forum.
E se entrate oggi nel forum elettronico della scuola holden, vedrete che ospita 12088 iscritti, 2988 ‘stanze di discussione’ e 58740 messaggi. Non me ne intendo, ma potrebbe essere uno dei più grossi forum ancora esistenti in rete, un mastodonte dell’epoca precedente a quella dei blog. Un forum, sapete ancora come funziona, no? Uno arriva, si iscrive con un soprannome o nickname, guarda l’elenco degli argomenti (o discussioni, o ‘stanze’), accede, legge quello che altri hanno scritto e, se crede, lascia giù la propria opinione. La vivacità del forum si nota dalla quantità di messaggi che vengono lasciati, dalla prontezza delle reazioni, dalla qualità delle battute.
Se oggi andate nel forum della holden, vedrete che, a dispetto dei dodicimila iscritti, nessuno scrive più nulla. Un po’, è vero, è perché adesso ci sono i blog e i bloggers, tutta un’altra faccenda. Ma la verità è che questo forum è stato abbandonato da coloro – Asino, cioè Gino Tasca, fra questi – che l’avevano di fatto costruito e abitato, abitato ogni giorno. Ogni giorno si entrava, si appendeva il cappello al chiodo, ci si salutava, si scriveva qualcosa.
Noi ci chiamavamo (in ordine sparso) sullastrada, biandbo, billy, vernon, denait, palmadoro, onderan, tashtego, melo, celadone, DarioFulci, pattypiperita, virgola, Apostrophe, asino, loyola, ratto franziskus, artaud, mr magoo, boycotto, nerofumo, panna, violet, abraxas, mitnick, genoveffo, Barney P., Frodo, Melange, mionome, azur, temistocle, Hanna Derrida, Khu, Misery, Aminta, gea, adamanto, malossen, Sacher, bridget, varig, Turboscopa, Caos, Cassandra, ziacap, Lucoli, luconico, Llu, Sicilia, GadjoDilo, hombre, sfinge, blueeyes, smilla, gon, modotti, Venere, Every, didone, antolipa, Sacher, Mr Chatwin, Hoover, paperino 1966, Gus, G., nottambula, gimon, Artemisia, libertango, Mabuse, inchiostronero, callas, lechatnoir, cot, fogliobianco, immaginaria, weil, nottambula, contorno, maudi, balthazar, baladeen, Angela, Lady, dicotomico, divina, anya, pipso, Missy, Bradamante, malaussen, Morgana, Tamar, cassandra, Myriam, Colmar, Marion, babayaga, Khu, frechet, edcalvin, varig, remedios, ambrosia, refused, io, vernon, maya, Ecate, tabularasa, matisse, Brododidado, arturobandini, gizmo, SergioC., alten, rattopen, Lidia, ines, delfino, mareblu, lilla, salviati, Approssimazione, MissOgilvy, mauins, Armonia, outofcity, dragan, contorno, julia, Des, amigdalitis, Teresa, phisis eccetera.
Ho provato a contare quanti effettivamente eravamo, ad animare quel forum negli anni tra il 2000 e il 2003 - anno in cui migrammo tutti in blocco sbattendo la porta - e credo che il nucleo stabile fosse di circa 130 nick o persone, tenendo conto beninteso delle doppie o triple o ennesime personalità.
La gran parte di questi nomi per me non ha un viso. Di questi 130, pochi potrebbero salutarsi incontrandosi per strada, ma quasi tutti sarebbero in grado di riconoscersi in rete, solo da un paio di frasi.
Nessuno di questi 130 ha mai fatto un corso di scrittura con la scuola Holden, pur connettendosi ogni giorno al sito; moltissimi scrivevano a chiare lettere, nel forum “di Baricco”, di non sopportare Baricco. Credo che sia successo così: lì c’era uno spazio aperto, ed è successo che sia stato occupato, abitato, con un’urgenza e un senso di appartenenza reciproca irripetibile.
Il forum non aveva un moderatore: questo significa che chiunque poteva prendersi la libertà di scrivere qualunque cosa senza che alcuna autorità intervenisse. Non c’era alcuna autorità superiore a quella, ambigua, sofferta, discussa, dettata nel gruppo. Da questa libertà eravamo insieme attratti e perseguitati.
Per scrivere lì dentro – aprire una stanza di discussione e metterci giù un’idea – ci voleva molto coraggio, o molta ingenuità, o tutte e due le virtù a giorni alterni. Uno provava a scrivere qualcosa, forse un racconto, o una poesia, o una prosa di qualunque genere, un parere su un libro, un film, uno spettacolo, un fatto, e il più delle volte si tirava addosso non tanto delle critiche, per quanto aspre, ma proprio lo scherno, glaciale o bruciante, di quanti (ed erano tanti, magari di passaggio nel forum) s’erano assunti il ruolo di diffamare, screditare, calunniare, irridere per principio le parole dell’altro, anche svelandone la presunzione, la retorica, la semplicità magari, ma senza alcuna pietà. Io penso che tutti ci siamo feriti, anche gravemente, in questo gioco in cui non c’era esclusione di colpi verbali, in cui venivano sempre violate le regole della decenza e spesso quelle della riservatezza. In cui per difenderci si stringevano alleanze, magari, e si immaginavano complotti.
Perché dunque restavamo lì, a torturarci? Molti per franca compulsione, bisogna dirlo. Ma credo che molti restassero lì perché ogni tanto, in qualche discussione, regnava l’ascolto, cioè una lettura risonante non solo delle parole scritte, ma anche del desiderio, autentico, che motivava l’altro a farsi vivo lì e in quel momento, a dire, a scoprirsi, a ricevere quanto a dare. E se alcuni di noi hanno avuto questa beata esperienza, non poi così rara, credo che sia perché Asino, e pochissimi altri, suoi compagni, avevano compreso e difeso, con le unghie e con i denti, questa pratica. Che poteva nascere solo dalla libertà e dall’assenza di censura.
Un esempio di quello che sto dicendo, oggi un ricordo preciso nella memoria di molti, fu l’impresa di traduzione di Asino. Per mesi e mesi, mentre tutto intorno nel forum dilagava la futilità, la chiacchiera, la risatina o la risata, Asino si prese la briga di aprire ogni settimana una stanza in cui traduceva un sonetto di Shakespeare. Cominciava con una specie di lunghissima parentesi critica (quella di cominciare con le parentesi era una prerogativa che lo rendeva riconoscibilissimo), in cui confrontava le traduzioni esistenti con le quali si sarebbe misurato; poi metteva la sua traduzione. Seguendo questa sua capacità di resistere, scrivendo, alla chiacchiera (ma senza mai dimenticare l’umorismo, contagioso, e senza mai evitare una battuta), formò una inconsueta scia di lettori e traduttori. Molti di noi si sono esercitati nelle stanze dei sonetti aperte da asino, ma non era solo un esercizio, era un modo preciso di stare in rete, qualcosa che ci ha formato, che ha aiutato ognuno a rivelare qualcosa a se stesso e agli altri. È stato qualcosa in più di un buon lavoro individuale, e di questo gli siamo ancora, in molti, riconoscenti.
Dopo questo lungo lavoro di traduzione, Asino cominciò a postare (è la traduzione webbica di ‘pubblicare’) racconti sempre più lunghi, in cui ritornava sempre su figurazioni e mondi lontani: un’America pop e rutilante, e soprattutto Bisanzio e Calcutta, Calcutta popolata di ratti che accoglieva, in un Gloria di putrefazione, l’eroe dei racconti, un personaggio che spesso si rivelava, alla fine, un uomo spinto al cospetto di quella che per Gino era, io credo, la tragedia più grande, cioè la totale conversione dell’uomo al bene.
In molti non capivamo perché Asino si ostinasse a stare a Bisanzio o a Calcutta, rinunciando a ogni gradevolezza e alla narrazione del reale, del ‘qui e adesso’, così praticata in rete. Perché non usasse nei suoi racconti quella gentilezza e quell’entusiasmo più schietti che riservava, per esempio, alle stanze dedicate alla critica e alla storia dell’arte, sua altra grande passione. Qualcuno una volta gli disse, gentilmente, che avrebbe preferito leggere di qualcosa che lui effettivamente vedeva fuori dalla finestra, che so, le biciclette sotto il portico. Ma ricevette una risposta decisa e negativa: il reale per Asino era altrove e lui sembrava indicarcelo. Così Asino rimase per noi Bisanzio, l’invito a Calcutta, i misteri di Loyola.
Il forum di cui vi sto parlando ogni tanto spariva completamente. Veniva distrutto. Centinaia di stanze, migliaia di racconti, immagini, messaggi e di parole venivano semplicemente cancellati. Un mattino ci si connetteva al sito e si trovava una sola stanza: si doveva, semplicemente, ricominciare da capo. Capitò tre o quattro volte, e non abbiamo mai capito perché. Non ci veniva spiegato: del resto nessuno di noi aveva effettivamente una relazione con la scuola di scrittura. Eravamo degli occupanti, degli squatter molto consapevoli della nostra presenza, ci pareva di avere un diritto di usucapione telematica, e non potevamo certo pensare di essere sgraditi a chicchessia. Soffrivamo, protestavamo a gran voce, imploravamo una spiegazione, ma non ne abbiamo mai avuta una. Il forum che trovate nel sito della Holden, oggi, quello colorato ed efficientissimo e muto, è una resurrezione trasfigurata di quello che abbiamo frequentato noi, e che fu ultimativamente distrutto – nessuno di noi seppe mai perché – nell’estate del 2003.
Cominciò allora una lunga peregrinazione, di forum in forum - liotro, paparagno, vaporsky… Molti lasciavano più o meno definitivamente il web, come chi infine ammette la propria compulsione e se ne stacca, altri invece aprivano un sito individuale, un blog, in cui è possibile governare l’interazione con l’esterno molto meglio che in un forum. Come blogger, molti si sono successivamente evoluti, hanno continuato a ‘stare in rete’, come mi pare che si dica, in modi sempre diversi. È nata addirittura, da una blogger che aveva animato holden, una casa editrice su carta, la Untitl.ed.
Anche Gino - perché Asino aveva ceduto il passo a Gino, anzi, GinoTasca nome e cognome, come chi si prende completa responsabilità delle proprie parole e della propria identità - anche Gino, dicevo, aprì un blog, Lord Chandos, Compagnia di scrittura, in cui fece rifluire la gran parte del suo lavoro degli ultimi tre anni. Spero che Giulio ve ne parli stasera, introducendo il libro.
Io vorrei solo aggiungere una cosa per presentare il libro di Gino. Ho letto di recente una frase dello scrittore Paul Auster che parlando del proprio lavoro dice: “Ho trascorso la mia vita in conversazioni con persone che non ho mai visto, con persone che non vedrò mai, e spero di continuare fino al giorno in cui smetterò di respirare. È il solo lavoro che ho sempre desiderato”. Io credo che questo sia stato anche il lavoro di Gino, e sono fiera di avere fatto parte, per lui, all’insieme delle persone che non ha mai visto e con le quali, tuttavia, conversava.
postato da: dikanka alle ore dicembre 01, 2006 13:34 | Permalink | commenti (84)
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