lunedì, 30 ottobre 2006



La libreria Mel di Padova è vasta e chiara. C’è un sofà circolare nero che gira intorno a una colonna. Giovedì 26 ottobre, vicino al sofà, sono state disposte alcune file di sedie, di fronte alle quali è stato messo un tavolo.
Sul tavolo c’era un mazzo di rose bianche,  Isaia Greco e dell’acqua minerale. Sulle sedie e sul sofà si sono raccolte forse venti persone. Alcune hanno cominciato a chiacchierare, altre stavano zitte con la giacca piegata sulle ginocchia. Molti si guardavano fra loro, alcuni avrebbero desiderato riconoscersi, e altri tenevano lo sguardo basso.  A un certo punto, dietro al tavolo si sono messi Giulio Mozzi e la Misery, e hanno cominciato a parlare di Gino Tasca e di Isaia Greco. Io ero molto emozionata.


La Misery, che poi sono io, ha detto che per quattro anni ha chiacchierato, letto, scritto insieme a Gino e a molti altri, via internet. Ha detto qualcosa di (credo) confuso circa il desiderio, che Gino aveva, che lei ha, di scrivere qualcosa di compiuto e sensato.  Ha detto della generosità di Gino nel regalare interpretazioni. Ha tirato in ballo il celeberrimo orecchio assoluto, che Gino aveva come lettore. Ha detto della serietà di Gino, della sua umiltà nel dedicarsi alla scrittura, della sua esultante pazienza. Ha detto della condizione di chi scrive in rete con una scrittura liquida, nel pieno di passioni e perciò di giudizi, e delle difficoltà di costruire, disinteressatamente, attraverso tutto questo, un libro, un dono.  Ha detto che non avrebbe saputo dire niente sul mistero di questo passaggio, il passaggio di Isaia Greco a libro, il libro che avevamo sul tavolo.

Allora poi ha parlato Giulio Mozzi. Ha cominciato parlando del blog di Gino, Lord Chandos; della Lettera di Hofmannstahl da cui il blog prende il nome; dell’afasia di cui la Lettera parla. Io credo che Giulio mostrasse, con le sue parole, di come il blog di Gino ci abbia indicato questo punto dell’esperienza umana semplicemente attraverso il tatto.
Giulio Mozzi ha parlato di Isaia Greco con straordinaria limpidezza e di Gino con un evidente, saldo, affetto. Ha ricostruito la storia contenuta nel libro, e nella ricostruzione c’era il senso della sua lettura. Non so, ora, se riuscirò a raccontarvela, ma ci provo.

Questa storia, ha detto Giulio Mozzi, parla di Dio. Isaia Greco, il Maestro, il critico odioso e odiato è, come dio, onnisciente e potente fino alla tirannia. Dispone di tutto e tutto può negare, anche l’essenziale, anche la comune giustizia necessaria alla vita quotidiana e al suo bilancio ordinario di speranza e disinganno. E non ha limiti il suo potere, non si ferma davanti a nessuna sofferenza, né propria né umana. Nella storia raccontata da Gino il narratore, l’uomo, il suo segretario o servo, non può che assoggettarsi al suo dio («Isaia è tutta la mia vita».)
Dio mette alla prova  l’uomo (la scrittura mette alla prova il narratore) con l’esperienza del male assoluto. Come nella storia biblica di Giobbe, in cui dio, sfidato dal diavolo, gli dimostra come per lui sia indifferente, in realtà, mettersi al posto del suo antagonista e fare il male: il male assoluto, senza riparazione (le perdite che Giobbe patisce non ammettono riparazione).
Dio dunque mostra all’uomo che cosa sia il male, il male assoluto, senza rimedio. A differenza di quanto avviene nella storia di Giobbe, in questo racconto dio mostra il male su di sé, e fa sperimentare all’uomo (narratore, segretario) che cosa significhi l’assoluta impotenza davanti al male. Isaia Greco-Maestro-Dio è completamente indifferente al male, anche a quello che subisce (è questa indifferenza al male, infatti, che sostanzia il suo potere). Il narratore-segretario-allievo deve sopportare questa indifferenza: questa è la piaga che gli viene inflitta: essere testimone assoluto del male nella più incompleta impotenza. E noi lettori con lui.
A questo punto del racconto non sembrerebbe esserci finale possibile. Dov’è la Grazia? Dove la redenzione dal male?, chiederebbe qualcuno. Ma raccontando, vivendo, la logica è diversa, non sempre si risponde alle domande (non a quello prevedibili); così come il dono non è l’esaudimento di una richiesta, altrettanto la scena non è il riempimento di un vuoto. Non ci sarà bisogno di spiegare, allora, perché, accompagnato da Ursus (l’angelico), e dal narratore, Isaia si faccia trasportare fino alla basilica di Torcello e, davanti al Giudizio Universale, si alzi barcollando dalla carrozzella su cui è costretto, e si lasci scivolare di dosso il chimono che lo veste, «restando completamente nudo davanti al grande Cristo, Logos e Signore e Giudice del mondo. E stese le braccia all’altezza delle spalle e si mise a canticchiare una serie di ‘Oè? Oè? Oè?’, ma con un tono di voce molto basso, rauco, sfinito».

Mi accorgo che l’ho fatta lunga e ho la sensazione di avere banalizzato e impoverito tutto.  Ma devo dire che sono rimasta davvero impressionata dalla lettura di Giulio, invero molto più ricca e chiara e affettuosa di quanto io qui abbia ricostruito. Ha terminato incoraggiando a leggere il libro, «un libro molto importante», ha detto, e in effetti in quel momento eravamo tutti (Gino compreso, per chi come me bestemmia la morte), tutti in ascolto, e molti in una stessa stabile persuasione.

Sì. Se solo queste parole potessero indirizzarvi a rileggere Isaia Greco, o a leggerlo adesso… qui ne possiamo parlare.

Probabilmente, il 30 novembre prossimo Giulio Mozzi parlerà di Isaia Greco alla Feltrinelli di Padova.

postato da: dikanka alle ore ottobre 30, 2006 13:02 | Permalink | commenti (11)
Commenti
#1   31 Ottobre 2006 - 19:06
 
Ciao Misery, grazie. Comprerò certo il libro, seppure sto rimandando a farlo perché...

Grazie Gino per tutto quello che mi hai dato in questi anni che ti ho letto.


Lady Stasera Ascolta
utente anonimo

#2   06 Novembre 2006 - 10:30
 
Ciao Lady :)) Isaia Greco è stato pubblicato da Gino anche nel suo blog, Compagnia di scrittura, nel mese di giugno mi pare. Certo che se comperi il libro, be', è meglio, no?

*

Nei racconti di Gino c’erano sempre due cose che mi inquietavano, e lui lo sapeva. La prima era il racconto della decadenza o della rovina fisica o della tortura patita nel corpo da alcuni suoi personaggi. Mi metteva tremendamente a disagio. Allora gli scrivevo: “Guarda che non reggo a leggere certe cose”, e lui mi rispondeva “Va bene, capisco. Allora il prossimo non leggerlo, che è tremendo”. La seconda cosa che mi inquietava, quando leggevo i suoi racconti, era la faccenda che io chiamo della generazione maschile. Mi spiego. Nei suoi racconti ci sono spesso personaggi maschili; spesso due uomini con ruoli asimmetrici (per lo più servo e padrone) e un rapporto di forte subordinazione. Ma più che come servo e padrone, nei suoi personaggi io rilevavo sempre i due ruoli del Padre e del Figlio. Un Padre assolutamente tremendo, come Isaia o anche peggio, un vessatore violento. E un Figlio che gli è necessariamente assoggettato. Il rapporto tra i due non prevede mai, se non lateralmente, un principio o una presenza femminile. Una volta gli ho scritto una lettera un po’ allucinata, in cui gli dicevo che questa soggezione filiale mi appariva come il vero principio della generazione maschile; la raffigurazione di un mito di paternità assoluta dalla quale il principio femminile è del tutto escluso. Come se attraverso la trasmissione violenta di un sapere, i maschi celebrassero il rito (o la tragedia) dell’affiliazione, e si generassero tra loro autoriproducendosi, senza ricorrere ad alcuna fecondità, senza bisogno di recettività. Gino mi rispose soddisfatto, dicendo che ci avevo preso. Io tanto soddisfatta non ero, perchè mi restava quell’inquietudine profonda che poi risultava nel rancore di chi è escluso dal rito. Così faticavo a leggere Gino, perché c’era del vero in questi suoi racconti al maschile, e quel vero mi irritava.
Certo, così interpretando, direbbe qualcuno, non facevo altro che proiettare le mie irresolutezze, che sono rimaste tali, mancando Gino e la possibilità di tornarci su e di farci due sane risate.

Però da qui mi pare di capire bene l’«allergia» di Llu (ciao Llu :))) nel post precedente. E la battuta di Gino, perché chi ha una madremistica è effettivamente al riparo da tutta questa faccenda. Ammesso che questa faccenda esista, che non si sa mai, con le proiezioni.
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#3   06 Novembre 2006 - 11:07
 
ti leggo e scopro il mio stesso disagio. Ne parlavo con Rossana, al convegno. Io ho sempre fatto fatica a leggere i racconti di Gino, i cinesi l'ho smesso quasi immediatamente. Mi creavano/creano ansia. E forse il suo scopo era proprio quello di farlo.
Anche Isaia, pur interessante, mi ha lasciato inquieta, il rapporto servo/padrone, un prostrarsi dell'uno nei confronti dell'altro, un esistere solo in funzione di... evidentemente colpiscono alcuni miei nervi scoperti, non risolti.
Quanto all'interpretazione mistica, non so. Non ci avevo pensato. Mi pareva molto più terrena, ma Mozzi mi ha aperto una nuova strategia di lettura.
In fondo la tematica della salvezza, le sue letture di mistici erano un aspetto del suo modo di essere che capivo, ma non condividevo molto. Mi resta un po' lontano.
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#4   06 Novembre 2006 - 13:43
 
è giusto quella l'alergia, miss. tutte quelle donne inesistenti. io uguale spesso andavo a chiedergli chiarimenti via mail, cosa che lui offertava, gentilissimamente. Peccato che quando morì parte delle sue lettere sono misteriosamente sparite del mio pc. È stato lui, immagino.
L'allegria che dicevo nel primo commento, era per chiarire che Gino e io, delle nostre reali madri mutue sapevamo zero
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#5   06 Novembre 2006 - 23:50
 
((che poi è un bel paradosso che una sfilata di donne inesistenti mi dia urticaria))

notte :)
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#6   07 Novembre 2006 - 17:52
 
Una sfilata di donne mutue e inesistenti... io però le vedo :))
utente anonimo

#7   07 Novembre 2006 - 18:20
 
… anche anonime! in effetti ero io medesima, dikanks, qui sopra
utente anonimo

#8   08 Novembre 2006 - 07:23
 
si ma perché la Signora G. era così. Già anni fa si era voltata per guardare la luna nonostante potrebbe rimanere di sale
:))
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#9   08 Novembre 2006 - 09:54
 
di Gino mi piacevano i racconti più lievi, me ne ricordo uno, in particolare, assolutamente affascinante, mi pare si intitolasse "Alle porte di Bisanzio" e poi la sua meraviglia davanti alla neve e l'ultimo pezzo, assolutamente struggente di lui, seduto in terrazza a guardare le rondini e la passione che metteva in quello che faceva. Era una persona complessa, sicuramente non facile.
ma lo siamo tutti, non è vero?
Aveva il gusto della polemica, ci si divertiva, a volte, si arrabbiava moltissimo anche. Al corso di lettura uno dei partecipanti mi disse un giorno " tu lo patisci un po' non è vero?" sì, era vero. Era una personalità strabordante, ma onesta. Questo me lo rendeva caro.
A telefono, a luglio dell'anno scorso, prima di partire per le vacanze, gli dissi che avrei voluto sentirlo più in forma al mio ritorno. Era già molto sofferente. Mi disse "questo non te lo posso promettere" e mi è parso un addio.
E lo era. E cmq, nonostante la malattia, si interessava di me e della mia gamba rotta e, se si dimenticava, mi riscriveva e mi diceva "Vedi come la sofferenza rende egoisti?"
Lui che stava molto peggio di me.
Così. Avrei voluto dirlo alla presentazione del suo libro.
Lo dico qui.


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#10   10 Novembre 2006 - 11:33
 
Questo non è un commento, ma un parallelo a Isaia il Greco, spero di non usurpare lo spazio, o comunque di non usurparlo in maniera troppo noiosa. Ieri, giovedì nove novembre, presso l'Università di Bergamo si è tenuta la premiazione del premio per la giovane critica promosso da Marco Belpoliti, Daniele Giglioli, Andrea Coretellessa, tra i presenti, molti giovani critici, Franco Cordelli e Antonio Scurati. Io mi sono cercato un posto isolato, giusto per sapere dove appoggiare il giaccone. La discussione che ha preceduto la premiazione verteva sulla crisi della critica. Una delle discussioni più incredibili a cui abbia assistito, se si escludono certe discussioni al bar durante lo scandalo Moggil. Da un convegno sulla crisi della critica subito si è tramutato in una esemplare manifestazione della crisi della critica. Ha dato il via alle danze Antonio Scurati, tirando in ballo Antonio D'Orrico che è il male assoluto, la crisi della cultura in Italia e una tirata finale su quanto è difficile insegnare nell'Università italiana oggi, tutto condito da quel tipo di "simpatica" ironia che pare essere ormai l'unico segno distintivo dell'intellettuale nostrano (che poi non è un caso che io scriva "nostrano" che a me nostano fa venire in mente sempre il salame).
Quindi l'intervento di Gabriele Pedullà (per la cronaca vincitore del premio), un intervento interessante, ma anche in questo caso mi è parso di notare una sorta di lamentazione basso ventrale, un rumoreggio che si vuole disdicevole, ma che è in realtà tanto liberatorio per chi lo esprime.
Altro invece il tono di Franco Cordelli che ha parlato, sì banalmente, efficacemente, ha parlato; evitando quelle stupide frasi fatte condite da finta autoironia che sembrano lunghe giustificazioni. Cordelli si è comportato da maestro, non ha fatto lezioni, ma ha interrogato, ha chiesto, ha discusso, ha cercato non dei riferimenti, ma dei referenti, in poche parole ha obbligato al fatto compiuto le parole degli altri, di quelli che si dicono chiusi in un angolo, trattati male e poverini anche dileggiati.

Già perchè io credo che se un critico usa le parole come giustificazione, be' come fa poi a fare? Le parole e più precisamente il linguaggio è l'atto compiuto di un critico, se questo usa le parole male allora non ha niente da dire, da scrivere, in pratica è solo uno che disturba. E questa modalità di agire funziona perchè non fa male a nessuno, perchè non lascia segni, nemmeno segni brutti e sporchi è meno di una deiezione è solo una sconsolata flautolenza, si apre la finestra e tutto torna come prima.

A coordinare il convegno Mario Barenghi, interessanti le sue note e indicazioni, alle volte anche felicemente banale come quando ha sbottato dicendo "D'Orrico fa il suo mestiere, noi proviamo a fare il nostro!". Insomma molti i critici, pochi i critici.

Ma più tristezza ancora ha fatto la confusione di chi dichiara di vivere in una società complicata e difficile da capire e però pretende non di recensire o semplicemente leggere un testo, ma di scegliere e indicare un libro giusto, ma per chi e per cosa? E poi se non si ha capito dove si vive come si fa? E allora via alle battute su Faletti e quanti altri vendono troppo con pochi meriti. Già, ma il problema è vendere? Scurati ricorda che negli anni Settenta Roland Barthes vendeva anche 80mila copie. Bene, ma era solo vendere? Chi influenzava Roland Barthes negli anni Settanta?

A me pare che sia necessario distinguere ciò che un libro rappresenta e significa nel periodo in cui è pubblicato e ciò che può fare ai suoi lettori (e non acquirenti), come li influenza, cosa fa capire, cosa fa sentire. Le 80mila copie di Barthes mi sa che erano tutte rappresentazione, vetrina di un periodo in cui bisognava leggere tutti Barthes, o comunque possederlo, mi ricorda per utilizzare un paragone forse troppo violento il Colpirne uno per educarne cento delle Brigate Rosse, insomma dove sono finiti quegli ottanta mila che lessero Roland Barthes se oggi tutto, a quanto mi si dice, va in vacca?

Così pongo queste domande:
Influenzano di più le 400.000 copie di Faletti o mettiamo le 150.000 copie vendute in un anno di vari classici dell'800/900?
Non sarebbe forse giusto leggere Faletti come un segno della nostra epoca e quindi valutarlo non per ciò che Faletti ci dà come testo, tematiche e via dicendo, ma come frammento archeologico contemporaneo?


Saluti
Benito Cereno
utente anonimo

#11   01 Dicembre 2006 - 14:19
 
Caro Ben, non so proprio se tutto il parlare sopra alle vendite di Faletti abbia senso (certo ne ha per il suo editore). La tua cronaca meriterebbe un pensiero in più di quello che posso formulare io, che non conosco tutti i critici di cui parli. Ho un'idea vaghissima di che cosa sia o debba essere la critica letteraria "militante", cioè quella che sta sul fronte dei quotidiani e dei periodici e che "fa la linea". Leggo sempre meno recensioni, perché non capisco di che cosa parlano. Nove volte su dieci credo di aver letto un libro diverso da quello del recensore. Mah, io resto per lo più col mah.
Sai, secondo Giulio Mozzi uno dei modelli del personaggio Isaia Greco potrebbe essere Paolo Milano. Forse non puoi ricordarlo, era il critico letterario dell'Espresso, teneva una rubrica di quelle che vai a leggere come prima cosa quando compri il settimanale. Non sapevo che avesse raccolto in libro il suo diario intellettuale: l'ha pubblicato Adelphi, Note in margine a una vita assente. Lo conosci? Sai o puoi sapere qualcosa di lui?
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