La libreria Mel di Padova è vasta e chiara. C’è un sofà circolare nero che gira intorno a una colonna. Giovedì 26 ottobre, vicino al sofà, sono state disposte alcune file di sedie, di fronte alle quali è stato messo un tavolo.
Sul tavolo c’era un mazzo di rose bianche, Isaia Greco e dell’acqua minerale. Sulle sedie e sul sofà si sono raccolte forse venti persone. Alcune hanno cominciato a chiacchierare, altre stavano zitte con la giacca piegata sulle ginocchia. Molti si guardavano fra loro, alcuni avrebbero desiderato riconoscersi, e altri tenevano lo sguardo basso. A un certo punto, dietro al tavolo si sono messi Giulio Mozzi e la Misery, e hanno cominciato a parlare di Gino Tasca e di Isaia Greco. Io ero molto emozionata.
La Misery, che poi sono io, ha detto che per quattro anni ha chiacchierato, letto, scritto insieme a Gino e a molti altri, via internet. Ha detto qualcosa di (credo) confuso circa il desiderio, che Gino aveva, che lei ha, di scrivere qualcosa di compiuto e sensato. Ha detto della generosità di Gino nel regalare interpretazioni. Ha tirato in ballo il celeberrimo orecchio assoluto, che Gino aveva come lettore. Ha detto della serietà di Gino, della sua umiltà nel dedicarsi alla scrittura, della sua esultante pazienza. Ha detto della condizione di chi scrive in rete con una scrittura liquida, nel pieno di passioni e perciò di giudizi, e delle difficoltà di costruire, disinteressatamente, attraverso tutto questo, un libro, un dono. Ha detto che non avrebbe saputo dire niente sul mistero di questo passaggio, il passaggio di Isaia Greco a libro, il libro che avevamo sul tavolo.
Allora poi ha parlato Giulio Mozzi. Ha cominciato parlando del blog di Gino, Lord Chandos; della Lettera di Hofmannstahl da cui il blog prende il nome; dell’afasia di cui la Lettera parla. Io credo che Giulio mostrasse, con le sue parole, di come il blog di Gino ci abbia indicato questo punto dell’esperienza umana semplicemente attraverso il tatto.
Giulio Mozzi ha parlato di Isaia Greco con straordinaria limpidezza e di Gino con un evidente, saldo, affetto. Ha ricostruito la storia contenuta nel libro, e nella ricostruzione c’era il senso della sua lettura. Non so, ora, se riuscirò a raccontarvela, ma ci provo.
Questa storia, ha detto Giulio Mozzi, parla di Dio. Isaia Greco, il Maestro, il critico odioso e odiato è, come dio, onnisciente e potente fino alla tirannia. Dispone di tutto e tutto può negare, anche l’essenziale, anche la comune giustizia necessaria alla vita quotidiana e al suo bilancio ordinario di speranza e disinganno. E non ha limiti il suo potere, non si ferma davanti a nessuna sofferenza, né propria né umana. Nella storia raccontata da Gino il narratore, l’uomo, il suo segretario o servo, non può che assoggettarsi al suo dio («Isaia è tutta la mia vita».)
Dio mette alla prova l’uomo (la scrittura mette alla prova il narratore) con l’esperienza del male assoluto. Come nella storia biblica di Giobbe, in cui dio, sfidato dal diavolo, gli dimostra come per lui sia indifferente, in realtà, mettersi al posto del suo antagonista e fare il male: il male assoluto, senza riparazione (le perdite che Giobbe patisce non ammettono riparazione).
Dio dunque mostra all’uomo che cosa sia il male, il male assoluto, senza rimedio. A differenza di quanto avviene nella storia di Giobbe, in questo racconto dio mostra il male su di sé, e fa sperimentare all’uomo (narratore, segretario) che cosa significhi l’assoluta impotenza davanti al male. Isaia Greco-Maestro-Dio è completamente indifferente al male, anche a quello che subisce (è questa indifferenza al male, infatti, che sostanzia il suo potere). Il narratore-segretario-allievo deve sopportare questa indifferenza: questa è la piaga che gli viene inflitta: essere testimone assoluto del male nella più incompleta impotenza. E noi lettori con lui.
A questo punto del racconto non sembrerebbe esserci finale possibile. Dov’è la Grazia? Dove la redenzione dal male?, chiederebbe qualcuno. Ma raccontando, vivendo, la logica è diversa, non sempre si risponde alle domande (non a quello prevedibili); così come il dono non è l’esaudimento di una richiesta, altrettanto la scena non è il riempimento di un vuoto. Non ci sarà bisogno di spiegare, allora, perché, accompagnato da Ursus (l’angelico), e dal narratore, Isaia si faccia trasportare fino alla basilica di Torcello e, davanti al Giudizio Universale, si alzi barcollando dalla carrozzella su cui è costretto, e si lasci scivolare di dosso il chimono che lo veste, «restando completamente nudo davanti al grande Cristo, Logos e Signore e Giudice del mondo. E stese le braccia all’altezza delle spalle e si mise a canticchiare una serie di ‘Oè? Oè? Oè?’, ma con un tono di voce molto basso, rauco, sfinito».
Mi accorgo che l’ho fatta lunga e ho la sensazione di avere banalizzato e impoverito tutto. Ma devo dire che sono rimasta davvero impressionata dalla lettura di Giulio, invero molto più ricca e chiara e affettuosa di quanto io qui abbia ricostruito. Ha terminato incoraggiando a leggere il libro, «un libro molto importante», ha detto, e in effetti in quel momento eravamo tutti (Gino compreso, per chi come me bestemmia la morte), tutti in ascolto, e molti in una stessa stabile persuasione.
Sì. Se solo queste parole potessero indirizzarvi a rileggere Isaia Greco, o a leggerlo adesso… qui ne possiamo parlare.
Probabilmente, il 30 novembre prossimo Giulio Mozzi parlerà di Isaia Greco alla Feltrinelli di Padova.
Sul tavolo c’era un mazzo di rose bianche, Isaia Greco e dell’acqua minerale. Sulle sedie e sul sofà si sono raccolte forse venti persone. Alcune hanno cominciato a chiacchierare, altre stavano zitte con la giacca piegata sulle ginocchia. Molti si guardavano fra loro, alcuni avrebbero desiderato riconoscersi, e altri tenevano lo sguardo basso. A un certo punto, dietro al tavolo si sono messi Giulio Mozzi e la Misery, e hanno cominciato a parlare di Gino Tasca e di Isaia Greco. Io ero molto emozionata.
La Misery, che poi sono io, ha detto che per quattro anni ha chiacchierato, letto, scritto insieme a Gino e a molti altri, via internet. Ha detto qualcosa di (credo) confuso circa il desiderio, che Gino aveva, che lei ha, di scrivere qualcosa di compiuto e sensato. Ha detto della generosità di Gino nel regalare interpretazioni. Ha tirato in ballo il celeberrimo orecchio assoluto, che Gino aveva come lettore. Ha detto della serietà di Gino, della sua umiltà nel dedicarsi alla scrittura, della sua esultante pazienza. Ha detto della condizione di chi scrive in rete con una scrittura liquida, nel pieno di passioni e perciò di giudizi, e delle difficoltà di costruire, disinteressatamente, attraverso tutto questo, un libro, un dono. Ha detto che non avrebbe saputo dire niente sul mistero di questo passaggio, il passaggio di Isaia Greco a libro, il libro che avevamo sul tavolo.
Allora poi ha parlato Giulio Mozzi. Ha cominciato parlando del blog di Gino, Lord Chandos; della Lettera di Hofmannstahl da cui il blog prende il nome; dell’afasia di cui la Lettera parla. Io credo che Giulio mostrasse, con le sue parole, di come il blog di Gino ci abbia indicato questo punto dell’esperienza umana semplicemente attraverso il tatto.
Giulio Mozzi ha parlato di Isaia Greco con straordinaria limpidezza e di Gino con un evidente, saldo, affetto. Ha ricostruito la storia contenuta nel libro, e nella ricostruzione c’era il senso della sua lettura. Non so, ora, se riuscirò a raccontarvela, ma ci provo.
Questa storia, ha detto Giulio Mozzi, parla di Dio. Isaia Greco, il Maestro, il critico odioso e odiato è, come dio, onnisciente e potente fino alla tirannia. Dispone di tutto e tutto può negare, anche l’essenziale, anche la comune giustizia necessaria alla vita quotidiana e al suo bilancio ordinario di speranza e disinganno. E non ha limiti il suo potere, non si ferma davanti a nessuna sofferenza, né propria né umana. Nella storia raccontata da Gino il narratore, l’uomo, il suo segretario o servo, non può che assoggettarsi al suo dio («Isaia è tutta la mia vita».)
Dio mette alla prova l’uomo (la scrittura mette alla prova il narratore) con l’esperienza del male assoluto. Come nella storia biblica di Giobbe, in cui dio, sfidato dal diavolo, gli dimostra come per lui sia indifferente, in realtà, mettersi al posto del suo antagonista e fare il male: il male assoluto, senza riparazione (le perdite che Giobbe patisce non ammettono riparazione).
Dio dunque mostra all’uomo che cosa sia il male, il male assoluto, senza rimedio. A differenza di quanto avviene nella storia di Giobbe, in questo racconto dio mostra il male su di sé, e fa sperimentare all’uomo (narratore, segretario) che cosa significhi l’assoluta impotenza davanti al male. Isaia Greco-Maestro-Dio è completamente indifferente al male, anche a quello che subisce (è questa indifferenza al male, infatti, che sostanzia il suo potere). Il narratore-segretario-allievo deve sopportare questa indifferenza: questa è la piaga che gli viene inflitta: essere testimone assoluto del male nella più incompleta impotenza. E noi lettori con lui.
A questo punto del racconto non sembrerebbe esserci finale possibile. Dov’è la Grazia? Dove la redenzione dal male?, chiederebbe qualcuno. Ma raccontando, vivendo, la logica è diversa, non sempre si risponde alle domande (non a quello prevedibili); così come il dono non è l’esaudimento di una richiesta, altrettanto la scena non è il riempimento di un vuoto. Non ci sarà bisogno di spiegare, allora, perché, accompagnato da Ursus (l’angelico), e dal narratore, Isaia si faccia trasportare fino alla basilica di Torcello e, davanti al Giudizio Universale, si alzi barcollando dalla carrozzella su cui è costretto, e si lasci scivolare di dosso il chimono che lo veste, «restando completamente nudo davanti al grande Cristo, Logos e Signore e Giudice del mondo. E stese le braccia all’altezza delle spalle e si mise a canticchiare una serie di ‘Oè? Oè? Oè?’, ma con un tono di voce molto basso, rauco, sfinito».
Mi accorgo che l’ho fatta lunga e ho la sensazione di avere banalizzato e impoverito tutto. Ma devo dire che sono rimasta davvero impressionata dalla lettura di Giulio, invero molto più ricca e chiara e affettuosa di quanto io qui abbia ricostruito. Ha terminato incoraggiando a leggere il libro, «un libro molto importante», ha detto, e in effetti in quel momento eravamo tutti (Gino compreso, per chi come me bestemmia la morte), tutti in ascolto, e molti in una stessa stabile persuasione.
Sì. Se solo queste parole potessero indirizzarvi a rileggere Isaia Greco, o a leggerlo adesso… qui ne possiamo parlare.
Probabilmente, il 30 novembre prossimo Giulio Mozzi parlerà di Isaia Greco alla Feltrinelli di Padova.








